L’Italia nella quarta rivoluzione industriale. Tra arretratezza e sviluppo

Nella storia del mondo industriale ci sono state tre tappe fondamentali che coincidono con le tre rivoluzioni industriali.

La prima, nel 1784, nel campo tessile-metallurgico, con l’invenzione della macchina a vapore, poi nel 1870, nel campo agricolo-artigianale-commerciale, con macchine azionate da energia meccanica, e, infine, nel 1969, con l’avvento dell’informatica e delle telecomunicazioni.

Il 2011, anche se in pochi lo sanno, è considerato l’anno della quarta rivoluzione industriale, questa basata sulle smart factory. Con questo termine si intende un’industria nella quale la tecnologia è fondamentale nell’infrastruttura informatica e tecnica comprendente operatore, strumento e macchine. Tutto questo sempre con un occhio attento ai consumi energetici, creando sistemi più performanti e riducendo gli sprechi di energia. In poche parole, un’industria nella quale il lavoro manuale è automatizzato il più possibile e nella quale l’intelligenza artificiale è presente a tutti i livelli.

Un’ importante differenza tra la terza e la quarta rivoluzione industriale, oltre all’evoluzione tecnologica, è la velocità di diffusione dei prodotti; ad esempio per arrivare a 50 milioni di utenti il televisore ci mise 38 anni, il cellulare 3, mentre a Facebook bastò un anno soltanto.

Secondo la Roland Berger, una delle principali aziende di consulenza strategica, in Europa le apripista di questa rivoluzione industriale furono Germania, Irlanda, Svezia e Finlandia; l’Italia è catalogata tra i paesi tradizionalisti ed esitanti. Sempre secondo la Roland Berger, in Europa solo Spagna, Portogallo e Estonia sono più indietro dell’Italia.

Come mai siamo in ritardo in questa quarta rivoluzione industriale?

A livello europeo l’Italia è al primo posto per fatturato derivante da macchinari e apparecchiature mentre per i macchinari elettrici siamo al secondo posto, dietro solo la Germania, e noni a livello mondiale per quantità prodotta per ogni ora di produzione.

Ciò che penalizza l’Italia è la mancanza di investimenti; per percentuale investimento su Pil, siamo indietro rispetto alla maggior parte dei paesi europei.

Ovviamente siamo ancora all’inizio di questa quarta rivoluzione industriale, l’Italia può puntare e punta a entrare a far parte delle principali potenze di questo cambiamento, grazie all’alto livello di specializzazione, ma il problema principale è la presenza in grande maggioranza di industrie medio-piccole che, quindi, non possono permettersi di investire in tecnologie avanzate.

Il ruolo del Governo è fondamentale nello spronare le imprese ad evolversi anche con agevolazioni sugli investimenti, cosa che non accade nonostante proprio questo sia uno dei punti fondamentali del Piano Nazionale Impresa 4.0, che racchiude le intenzioni del nostro Paese per quanto riguarda la quarta rivoluzione industriale.

Per scoprire se l’Italia riuscirà nel suo intento dovremo aspettare di leggere i libri scolastici dei nostri nipoti; questa è una vera rivoluzione industriale a tutti gli effetti, probabilmente la più “rivoluzionaria”, e saranno proprio i loro testi a parlarne.

Bartolomeo Cianfarani